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La Marseglia Calce SRL inizia la sua attività poco prima degli anni 50, il Capostipite fu Antonio Marseglia che, in virtù delle sue esperienze lavorative acquisite sin da giovane, iniziò in modo artigianale la propria attività, cuocendo le pietre calcaree nelle cosidette fornaci a mano, ossia cumoli di pietre sistemate a spirale con crescita ad anello e sistema tondeggiante. Alla base del cumolo venivano inserite le fascine e, per non disperdere il calore all’interno della catasta, essa veniva coperta con terra dalla sommità a scendere per tutta la superfice. Tale era il metodo utilizzato sin dall’antichità. Il pregiato ossido ricavato dalla cottura del puro calcare, veniva venduto nella Provincia di Brindisi ed in parte della Regione Puglia. La Marseglia calce, opera nella produzione del grassello di calce da oltre 70 anni, realizzando il prodotto ancora nei metodi tradizionali ed artigianali di un tempo, partendo dalla scelta per bianchezza e pezzatura delle pregiate pietre calcaree pugliesi, che vengono predisposte ed alternate per misure negli altiforni a botte con tiraggio naturale, con graduale cottura a legna. Tale tecnica del progressivo innalzamento della temperatura, incanalata all’interno dell’altoforno, dà la sicurezza di cuocere in modo uniforme le pietre calcaree poste al suo interno. Questa metodologia di cottura è stata da sempre usata (per evitare anomalie di residui, di granuli crudi) e con il successivo invecchiamento in vasca svolto con cura e responsabilità, per ottenere un eccellente prodotto da utilizzare nel Restauro e nel Recupero dell’Edilizia Storica Monumentale. Uno dei punti dì forza dell’azienda consiste nell’offrire un servizio di consulenza svolto da Professionisti e Tecnici nel Settore Edilizia Storica, in grado di analizzare i materiali preesistenti e consigliare il grassello di calce e gli inerti occorrenti alle malte/maltine o scialbi da realizzare. (1)

 Listings /  Greater Europe

QUIN acronimo di QUaderno di INterni. La pronuncia anglofona familiarizza fallace con queen, regina, ma la natura è italica al 100%. Fibra, artigiani stampatori, fotografi, redattori, case. Tutto rigorosamente fatto in Italia. Rivista bimestrale ordinabile nelle rivendite di giornali al casellario home interior. Tuttavia anomala. Impiega carta spessorata patinata, verniciata sui due lati come per i volumi fotografici. Al proposito si dice che l’editore sia poco pratico e che la carta non avrà futuro. Si diranno tante altre cose. Vuole sembrare una rivista semplice, agevole nella lettura e nel giro pagina. Tuttavia la malizia c’è: si annida acuta nei testi e nei singoli scatti fotografici. Rilasciatevi e non fate opposizione. Vi porteremo altrove. Sgombrate la mensola migliore e riponetevi il primo QUIN, lasciando generoso spazio per le sorelle che arriveranno poi. Sospettate dell’amica che vorrà la vostra copia in prestito. Siate dediti al culto bimestrale di QUIN, sfogliatela, tenetela vicina, fatela conoscere, perché in edicola c’è la nuova regina. La regina che parla italiano. QUIN stands for QUaderno di INterni. The English-speaking pronunciation familiarizes fallaciously with queen, queen, but nature is 100% Italic. Fiber, artisans, printers, photographers, editors, houses. All rigorously made in Italy. Bimonthly magazine that can be ordered in newspaper shops at the home interior filing cabinet. However anomalous. It uses coated thick paper, painted on both sides as for photographic volumes. In this regard, the publisher is said to be impractical and that paper will have no future. Many other things will be said. It wants to look like a simple magazine, easy to read and turn the page. However, there is malice: it lurks sharply in the texts and in the individual photographic shots. Release yourself and make no opposition. We will take you elsewhere. Clear the best shelf and put the first QUIN in it, leaving generous space for the sisters who will come later. Suspect the friend who wants your loan copy. Be dedicated to the bimonthly cult of QUIN, browse it, keep it close, make it known, because the new queen is on the newsstands. The queen who speaks Italian. (1)

 Listings /  Greater Europe

Marisa Dal Pont è una professionista eclettica. La sua grande passione è il mosaico con tessere. Prepara lei stessa le tesserine ed esegue tutto il mosaico su suo disegno, ha vinto importanti premi e vorrebbe fare solo quello ma la sua esperienza lavorativa l'ha condotta nell'interior design. Per tanti anni si è occupata di arredi per negozi, lavoro nel quale ha potuto esprimere la sua creatività e competenza. Altra passione sono le case di legno di cui sa moltissimo, ha lavorato per anni con uno dei produttori più importanti del settore. Marisa si occupa anche di piccole ristrutturazioni, lavoro nel quale accudisce il cliente con garbo e intuito e le maestranze con comprensione e fermezza, nulla è impossibile a Marisa e si sa che i problemi e contrattempi nei cantieri sono sempre dietro l'angolo. Risolve col sorriso qualsiasi disagio e il risultato si vede. Appassionata di edifici antichi, castelli ed edifici storici non perde occasione per visitare mostre e luoghi del passato con un occhio attento ai dettagli.   Marisa Dal Pont is an eclectic professional. Her great passion is the mosaic with tiles. She prepares the cards herself and executes all the mosaic to her design, she has won important awards and would like to do only that but her work experience has led her into interior design. For many years she has dealt with furniture for shops, a job in which she has been able to express her creativity and competence. Another passions are the wooden houses he knows a lot about, he has worked for years with one of the most important producers in the sector. Marisa also deals with small renovations, work in which she takes care of the customer with grace and intuition and the workers with understanding and firmness, nothing is impossible for Marisa and it is known that problems and setbacks on construction sites are always around the corner. It resolves any discomfort with a smile and the result can be seen. Passionate about ancient buildings, castles and historical buildings, she never misses an opportunity to visit exhibitions and places of the past with an attentive eye to detail.  

 M /  Greater Europe

This superb harbor at the entrance to the Gulf of Mexico with easy access to the Gulf Stream, the main ocean current that navigators followed when traveling from the Americas to Europe, led to Havana's early development as the principal port of Spain's New World colonies. This final establishment is commemorated by El Templete. Havana was the sixth town founded by the Spanish on the island, called San Cristóbal de la Habana by Pánfilo de Narváez: the name combines San Cristóbal, patron saint of Havana, and Habana, of obscure origin, possibly derived from Habaguanex, a Native American chief who controlled that area, as mentioned by Diego Velasquez in his report to the king of Spain. Havana is Cuba’s capital city. Spanish colonial architecture in its 16th-century Old Havana core includes the Castillo de la Real Fuerza, a fort and maritime museum. The National Capitol Building is an iconic 1920s landmark. Also in Old Havana is the baroque Catedral de San Cristóbal and Plaza Vieja, whose buildings reflect the city’s vibrant architectural mix. Most people travel to the Caribbean for a beach vacation, but Cuba has a totally different allure. The legends of Fidel and Che, Cuba’s communist order, the American embargo and the country’s isolation have turned Cuba today into a tourist magnet. People mostly come here to experience the Cuban way of life and to witness the history writing of Cuba. And sure, the dazzling beaches are the cherry on top.

 C /  Caribbean

Non ci sorprende che Canale di Panama sia chiamato l’8° meraviglia del mondo: il progetto è stato una delle più grandi ed incredibili imprese ingegneristiche della storia. Le navi non devono più circumnavigare il continente, ma possono attraversare il canale lungo 77 km, risparmiando tempo e denaro. I francesi furono i primi a tentare di costruire un canale nel 1880, senza riuscirvi. Durante i lavori infatti, oltre 20.000 lavoratori morirono di febbre gialla e malaria, e il progetto fu abbandonato. Tra il 1904 e il 1914, il Canale di Panama fu completato dagli americani, che si assicurarono che la nuova via d’acqua rimanesse sotto il loro controllo. Panama dovette attendere sino a mezzogiorno (ora locale di Panama) del 31 dicembre 1999 per diventare ufficialmente proprietaria del canale. Per viaggiare dall’Oceano Atlantico al Pacifico, le navi devono superare un dislivello di 26 metri. Le navi attraversano 3 chiuse: Miraflores, Pedro Miguel e Gatun. Un sistema ingegnoso abbassa le navi utilizzando la gravità. Il viaggio attraverso il Canale di Panama dura circa 8-10 ore in totale, e viene effettuato da oltre 14.000 navi all’anno. Il pedaggio è elevato, ma è comunque più conveniente della circumnavigazione del Sud America. Le chiuse di Miraflores offrono le migliori vedute del canale, delle gigantesche cisterne d’acqua e delle navi da crociera. Le chiuse distano circa 30 minuti in auto da Panama City. Vi si trova anche un centro visitatori con piattaforma panoramica, un ristorante con terrazza e un negozio di souvenir. Potrà ammirare anche diverse esposizioni, modellini in scala, presentazioni video e moduli interattivi che spiegano il funzionamento del canale e delle chiuse. Il modo migliore per scoprire il canale, è attendere una nave e osservarla in azione: un vero spettacolo. Il Canale di Panama non solo è uno dei migliori progetti ingegneristici per le sue dimensioni, ma anche lo è anche per le sue numerose soluzioni innovative. Il canale è formato da acqua dolce, per tenere lontana l’acqua salata e non permettere che la flora e la fauna dei due oceani si incontrino. Il Lago artificiale Gatun ha la funzione di bacino per fare confluire nel canale l’acqua piovana e quella proveniente dalle foreste pluviali circostanti. Speciali locomotive elettriche, su entrambi i lati della chiusa, garantiscono che le navi entrino in posizione corretta e la mantengano per tutto il viaggio.

 C /  Central America

Brusnengo is a comune (municipality) in the Province of Biella in the Italian region Piedmont, located about 70 kilometres (43 mi) northeast of Turin and about 12 kilometres (7 mi) northeast of Biella. Attested as Bruxniengo, Bruxenengo and Bruxinango, it could link to "burn" or to a Germanic name, not well identified. The citizens Brusnenghesi, a proud and hard-working people, who over the centuries has distinguished themselves for the courage and the desire to start again that has led many villagers to migrate, even very far, in search of luck. Having family members far away was normal, they explain, but for this reason a lady had a very original idea, which is still remembered in the village today. Nina Talocchino was her name, which in the mid-1900s decided to collect the news of Brusnengo, and of nearby Roasio, in a newspaper that soon began to reach all the Brusnenghesi scattered around the globe: La Voce di Brusnengo. We then continue to discover the country, a town divided into several cantons, some of which are small miniature villages in whose streets you can still breathe the past, between the brick walls and the steps that seem to await the return of the departed fellow villagers. The sacred buildings seem to be the most important, the Parish Church of Saints Pieto and Paolo or the small church of San Bernardo, make us understand how much faith is present in the community that preserves them with devotion, keeping as much as possible the Renaissance decorations of the past. With the Rive Rosse Team you can go to the discovery of the surrounding area, in a breathtaking setting, by mountain bike until you reach the Madonna degli Angeli, a small church located on a hill where you can enjoy a unique and suggestive panorama. In such a context, the cultivation of vines is very practiced and wine is one of the main products that Brusnengo has to offer, a particular and unique wine, as Filippo Barni of the homonymous farm explains, producer not only of Bramaterra and other local labels, but also of the fine Mesolone and a delicious passito wine, Cantagal. (1)

 B /  Greater Europe

Dal 2006 c’è un posto a Torino che non è né una biblioteca né una libreria, ma in cui – dal lunedì al sabato e qualche volta anche di domenica – si parla di libri, con chi ne ha scritti e con chi li legge: è il Circolo dei Lettori, fondazione della Regione Piemonte che ha la sua sede in via Bogino 9, poco distante da piazza Carlo Alberto da una parte e via Po dall’altra. Aperto da mattina a sera, organizza presentazioni di libri con scrittori italiani e stranieri, reading, gruppi di lettura, laboratori per bambini e anche viaggi letterari: è un luogo unico in Italia per il numero di attività e per il tipo di spazi che mette a disposizione. Ha anche un bar, che si chiama Barney’s, dal nome di quel Barney. La Fondazione Circolo dei lettori, nata a Torino per volontà della Regione Piemonte, guidata dal presidente Giulio Biino e diretta da Elena Loewenthal, produce e diffonde cultura, tutti i giorni nelle sue tre sedi, di Torino, Novara e Rivoli, e con grandi rassegne annuali sul territorio e in rete con realtà di tutt’Italia. Agisce attraverso l’ideazione e l’organizzazione di incontri, reading, dibattiti, manifestazioni, concerti e rassegne culturali, mettendo al centro il libro per esplorare i linguaggi della contemporaneità e fissare così delle coordinate del mutevole presente. Promuovere la lettura è il primo obiettivo della Fondazione, messo in pratica con incontri quotidiani con scrittori e scrittrici nelle sue sedi, occasioni di dibattere intorno a romanzi e saggi di oggi e di ieri, e ancora nelle scuole, nelle carceri e negli ospedali del territorio, grazie ai progetti di responsabilità sociale. Offre quindi momenti di crescita personale, per tutte le età, colmando i bisogni culturali della comunità, regalando la possibilità di approfondire gli argomenti più vari, dalla filosofia alla storia, dalla musica al cinema. Perché i libri sono un punto di partenza per andare dappertutto, e per parlare di tutto, insieme, alleviando la solitudine e favorendo amicizie. Per questo la Fondazione si rivolge anche alle famiglie e agli insegnanti, con laboratori per i bambini e incontri per le classi, perché leggere è un’attività centrale nella formazione dei piccoli e dei giovani. Con l’obiettivo di un continuo rinnovamento della cultura, la Fondazione organizza grandi rassegne annuali, momenti di riflessione straordinaria, parentesi utili a prendersi il tempo di pensare e immaginare. Sono Scarabocchi. Il mio primo festival, seminari e laboratori per famiglie e bambini, Torino Spiritualità, dedicato ai grandi interrogativi dell’umanità, il Festival del Classico, per cercare nel passato buone pratiche per il presente. Dal 2018, la Fondazione Circolo dei lettori si occupa dei contenuti culturali e della comunicazione del Salone Internazionale del Libro di Torino, cinque giorni di sconfinati dialoghi intorno ai libri e alla lettura. (1)

 C /  Greater Europe

Santina Carbone è una donna con la D maiuscola. Originaria di Delianuova sulle montagne della Calabria, dove c'è l'aria più pura al mondo e una natura incontaminata e lussuriosa. La sua famiglia è da sempre impegnata in vari settori per sostenere lo sviluppo del territorio. Fin da giovane ha fatto esperienza nel gestire la società del padre nel settore edile e delle ristrutturazioni di edifici storici. Una famiglia, quella di Santina dove l'impegno sociale, con i giovani, gli Scout e tutta la comunità, è la prassi giornaliera della vita quotidiana. Casa aperta sempre per tutti e sostegno anche e soprattutto ai più deboli della società. Grandissima lettrice e appassionata di storia della Calabria, Santina ha cresciuto i suoi quattro figli con l'amore e la disciplina di una volta, e la tradizione d'impegno sociale si perpetua anche con loro. Si occupa delle terre sugli altipiani e di tutti i prodotti tipici del luogo.Il suo sogno è di far rivivere la storia della Calabria, dimenticata nei secoli. Una donna vivace, intelligente e che sa prendere sé stessa e la vita con sana ironia. Santina Carbone is a woman with a capital W. Originally from Delianuova in the mountains of Calabria, where there is the purest air in the world and unspoiled and lustful nature. Her family has always been involved in various sectors to support the development of the area. From a young age she gained experience in managing her father's company in the construction sector and in the renovation of historic buildings. A family, that of Santina, where social commitment, with young people, Scouts and the whole community, is the daily practice of daily life. Her home always open to everyone and support also and above all to the weakest of society. Great reader and passionate about the history of Calabria, Santina raised her four children with the love and discipline of the past, and the tradition of social commitment is perpetuated with them too. She takes care of the lands on the plateaus and all the typical products of the place. Her dream is to revive the history of Calabria, forgotten over the centuries. A lively, intelligent woman who knows how to take herself and life with healthy irony.

 S /  Greater Europe

Daniele Cavallero è figlio d'arte. Da più generazioni la sua famiglia si occupa di legnami, mobili e di edifici storici, in una delle zone più belle d'Italia: il Monferrato, oggi patrimonio dell'UNESCO. La passione di Daniele è quella dei materiali, sopraffino conoscitore di essenze di legno, sa tutto sulle qualità, le lavorazioni e gli usi del legno nell'arredamento e nella ristrutturazione. E' abituato agli edifici storici, vista la zona dove opera. Per la sua capacità viene chiamato anche all'estero, soprattutto dove vengono richieste competenze e artigiani italiani. Daniele è esperto di bioedilizia e di malte e costruzioni con materiali naturali, calce e calce-canapa, collabora con vari architetti e studi di professionisti del settore. Grande appassionato di vini nobili piemontesi, non perde occasione per promuovere il suo amato territorio delle Langhe. Daniele Cavallero is the son of art. For several generations his family has been dealing with wood, furniture and historic buildings, in one of the most beautiful areas in Italy: Monferrato, today a UNESCO heritage site. Daniele's passion is that of materials, a superfine connoisseur of wood essences, he knows everything about the qualities, processes and uses of wood in furnishing and renovation. He is used to historic buildings, given the area where he works. For his ability he is also called abroad, above all where Italian skills and craftsmen are required. Daniele is an expert in green building and mortars and constructions with natural materials, lime and lime-hemp, he collaborates with various architects and professional firms in the sector. A great lover of Piedmontese noble wines, he never misses an opportunity to promote his beloved territory of Langhe in Piemont.

 D /  Greater Europe

Il castello di Monale è un’imponente costruzione d’impianto medioevale più volte modificata nei secoli. Citato a partire dal XII secolo viene distrutto nel 1305 ed in seguito riedificato. Quando nel XVI secolo il feudo viene frazionato in ventesimi, gli Scarampi ne conservano la quota maggiore e rimangono proprietari del Castello. Da allora, 6 secoli fa, il Castello appartiene alla famiglia Gani. Dal lontano 1161 il castello, insieme con il feudo di Monale, passò nelle mani di vari proprietari, seguendo le alterne vicende della storia. Fu dei Montenatali, del Vescovo di Asti, del Comune di Asti (a cui lo assegnò il Barbarossa), passò ai Gardini, fu teatro delle lotte fra ghibellini e guelfi e subì la distruzione ad opera di questi ultimi. Il feudo fu restituito ai Gardini nel 1309 e il castello fu riedificato dagli Asinari, che ne erano entarti in possesso. Una parte del feudo apparteneva anche agli Scarampi, ricchi banchieri astigiani, ed essi, quando nel XVI° secolo il feudo venne frazionato in ventesimi, ne conservarono a lungo la quota maggiore. Nel 1796, soppressi i feudi, gli Scarampi rimasero proprietari del castello; l'ultima Scarampi sposò un Malabaila di Canale e la loro figlia, erede del castello, lo portò in dote al conte Carlo Gani di Genova; ancor oggi il castello appartiene alla famiglia Gani. Le ultime rappresentanti della famiglia Scarampi di Monale furono due sorelle, Paola ed Adele. Adele sposò il Conte Carlo Gani, diplomatico,filantropo console di Spagna a Torino. Il castello in mattoni, massiccio, su pianta ad "U", è circondato da un giardino cintato, in parte pianeggiante, ricavato nel XVII secolo spianando un versante della collina sulla quale è stato costruito. La merlatura bifida, che orlava cortili e torri, è stata otturata da un sopralzo, ma è ancora ben visibile su tutto il lato sud ed in altre zone. Ben conservato è il doppio fregio a denti di sega, che corre sotto la merlatura lungo le facciate sud ed est e che costituisce motivo peculiare di questa ed altre costruzioni della zona. All'interno sono ben conservate le cantine, i sotterranei e le pitture di alcuni soffitti di epoca relativamente tarda (a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo). (1)

 C /  Greater Europe

Il Castello di Govone fu una delle residenze della casa reale dei Savoia dal 1792 al 1870, dal 1997 è uno degli edifici parte del sito residenze sabaude iscritto alla lista del patrimonio dell'umanità UNESCO, è ora adibito a palazzo comunale. Nella posizione in cui sorge il castello, in cima alla collina, già in epoca medioevale si ergeva una fortezza. Dalla fine dell'Ottocento il castello - che ha avuto una particolare notorietà per il soggiorno, avvenuto nel 1730, di Jean-Jacques Rousseau, al tempo appena entrato al servizio del conte Ottavio Solaro - è di proprietà del comune di Govone. Come molte altre dimore storiche sabaude del Piemonte, è meta di visitatori richiamati specialmente dal monumentale e scenografico scalone d'onore a due rampe ricco di rilievi e telamoni che provengono dai giardini di Venaria Reale. Alcune sale sono decorate da preziose carte cinesi; il salone da ballo è affrescato con scene riproducenti l'episodio mitologico di Niobe - ad opera di Luigi Vacca e Fabrizio Sevesi. Degli stessi pittori sono gli affreschi del grande salone centrale che, con la tecnica trompe-l'œil, simulano la presenza di statue. Dal 2007 fa parte del circuito degli 8 castelli, meglio noto come Castelli Doc. La rete dei castelli include i manieri di Grinzane Cavour, Barolo, Serralunga d'Alba, Govone, Magliano Alfieri, Roddi, Mango e Benevello. È inoltre inserito nel circuito dei "Castelli Aperti" del Basso Piemonte. (1)

 C /  Greater Europe

Il Castello feudale di Montegrosso d' Asti costruito nel 1134 per volonta' del Marchese Bonifacio del Vasto, signore della citta' di Asti, domina un ampio territorio collinare a profonda vocazione viticola. E' nella quiete delle sue spaziose e secolari cantine che trovano degna dimora i nobili vini doc e docg di queste terre. I vini ottenuti dopo una tradizionale e razionale vinificazione vengono opportunatamente selezionati, invecchiati in fusti di rovere; successivamente, raggiunto il giusto grado di maturazione, imbottigliati e posti in apposite celle di affinamento. L'amore per il vino si tramanda di padre in figlio da molte generazioni; esistono infatti documenti che comprovano l'attività vitivinicola della famiglia Motta fin dal lontano 1794. Siamo quindi orgogliosi di offrire la nostra esperienza e tradizioni presentando oggi, come nel passato, il meglio della produzione enoica piemontese. (1)

 C /  Greater Europe

Il castello era una rocca del XIV secolo, la precedente fortificazione fu rasa al suolo nel 1308, dopo un lungo e difficile assedio, non sono note né l’origine né la forma. Secondo quanto riportato da alcuni storici relativamente alle forme architettoniche relative al precedente castello si può rilevare soltanto un vago accenno alla presenza di un dongione. Al fine di comprendere le vicende che portarono alla distruzione del primitivo castello è doveroso ricordare le sanguinose lotte intestine che turbarono il comune di Asti nel Trecento. Queste ultime si collegavano agli scontri fra Guelfi e Ghibellini. Nel 1308 i Guelfi assediarono il castello di Moasca baluardo Ghibellino. L’assedio fu, senza dubbio, di non poco conto; secondo quanto riportato dagli storici i Guelfi radunarono un esercito di 300 militi chieresi. In aiuto ai Ghibellini giunse il Marchese Del Carretto con 500 fanti e 100 balestrieri. Visto tale esercito i Guelfi temettero di non farcela e chiesero nuovamente aiuto ai chieresi i quali giunsero sul posto con un esercito di 1500 uomini armati. Gli assediati nel castello di Moasca resistettero per ben 22 giorni ma quando si resero conto di non poter contare più sull’aiuto di nessuno vennero a patti ed abbandonarono la fortezza; conquistato finalmente il maniero i Guelfi Solaro lo distrussero. La ricostruzione del nuovo castello, sulle rovine del precedente, avvenne solo nel 1351. Sotto la proprietà dei Secco Suardo l’interno della costruzione medioevale era stato sicuramente abbellito e reso più confortevole. Di particolare interesse era, senza dubbio, la cantina: essa occupava tutta la zona interrata del castello; da quest’ultima si accedeva ancora ai sotterranei cunicoli definiti dallo storico astigiano “assai profondi” adibiti a prigioni. Ancora nella prima metà del nostro secolo, il castello era in condizioni discrete e di fatto abitabile, come testimonia lo svolgimento nel suo salone (70 mq.) di una rappresentazione teatrale avvenuta nel 1926. La rovina completa va datata a questo dopoguerra, quando il completo abbandono ha prodotto un tanto rapido quanto irreversibile degrado della struttura. Attualmente è rimasto in piedi solo un ultimo frammento delle poderose mura di mattoni della facciata orientale, alla cui estremità i due torrioni cilindrici, liberati svettano maestosi sul terrapieno conservando il ricordo della loro suggestiva imponenza. L’amministrazione comunale dal 1999 ha avviato un programma di recupero e valorizzazione della struttura ancora esistente effettuando, dopo aver attuato gli urgenti interventi di restauro conservativo, il recupero della vasta cantina interrata. Attualmente nella cantina trova posto la Bottega del Vino di Moasca “Nerodistelle” ed il Restaurant & Cafè, Garden Winery “Tra la Terra ed il Cielo”. (1)

 C /  Greater Europe

A testimonianza del passato storico di Calamandrana svetta il grande castello posto a dominio dell'antico borgo e della vallata, unico rimasto dei sei esistenti sulle colline circostanti. Nel 1682 il calamandranese Francesco Maria Cordara, divenuto conte, fece iniziare la costruzione del Castello, che è rimasto intatto fino ai giorni nostri. Nel 1943 molti soldati fuggiti dalle caserme si rifugiarono a Calamandrana, durante lo scioglimento dell'esercito italiano. Il parroco don Emilio Carozzi e la popolazione li aiutarono. Nello stesso anno a Calamandrana alta si creò una formazione partigiana. Verso la fine del 1944 avvennero numerosi scontri, durante i quali le persone venivano minacciate e le case saccheggiate. Verso la fine del 1945 i partigiani tornarono in forza. Si poteva così controllare Canelli e la strada per Nizza. In questa situazione venne incendiato anche il Municipio. Oggi l’edificio presenta un’impostazione planimetrica piuttosto irregolare ed è in parte intonacato e in parte in mattoni e pietre a vista. Sono conservate le strutture sotterranee: cantine, camminamenti e la cisterna dell’antica fortezza. Del 1983 è la ristrutturazione del soffitto del salone ottocentesco. Il castello di Calamandrana è circondato da un grande parco ed è raggiungibile attraverso una ripida e tortuosa strada; oltrepassato il cancello, la salita continua per un viale che conduce al caratteristico ponte levatoio. Attualmente il castello, dominato dall'imponente torre ottagonale, è di proprietà privata, ed è adibito ad abitazione. (1)

 C /  Greater Europe

Il castello di Monastero Bormida è situato nella parte bassa del paese. La torre, alta 27 metri, risale probabilmente al secolo al XI . Se l’impianto a forma quadrangolare denuncia una matrice medievale, la facciata principale di gusto barocco rivela una rielaborazione seicentesca. All’interno, soprattutto nelle stanze del piano nobile, si conservano pregevoli pavimenti a mosaico e delicati affreschi. Attraverso il caratteristico vicolo detto del Droc - dove un tempo c'era una delle porte urbiche e dove tuttora si vede l'accesso a un antico forno si raggiunge in un attimo il romanico ponte sul Bormida, che rappresenta una delle più interessanti opere di ingegneria civile medioevale della valle e trova il suo corrispettivo, in quella di Spigno, nell'analogo ponte dell'abbazia di San Quintino. Entrambi furono costruiti dai monaci benedettini: Si tratta dI poderose strutture a schiena d'asino, sormontate da cappelle che erano antichi posti di guardia grazie ai quali i religiosi si assicuravano il completo controllo commerciale della terra estesa fra la Langa e il mare. Oggi il castello ha una facciata seicentesca e mantiene sul retro la loggia cinquecentesca che è anche visitabile. La famiglia Carretto a metà del XIX secolo cedette la proprietà alla famiglia Della Rovere a cui seguì la famiglia Polleri di Genova che la vendette al comune, attuale proprietario. Antistante al castello la caratteristica alzata a ponte e per accedere all'interno è necessario attraversare la vecchia porta di ingresso nell'antica cinta muraria. A Monastero Bormida nacque lo scrittore Augusto Monti che spesso, nelle sue opere, ricorda la sua terra d’origine. (1)

 C /  Greater Europe

Estremamente scarse sono le notizie storiche sulle sue origini e vi sono non pochi dubbi sulla sua data di costruzione: c'è chi lo colloca nel XIII secolo e chi sostiene invece che la costruzione della torre risalga al 1350 e il resto ad epoca successiva. È effettivamente probabile che la grossa torre costituisse il primitivo nucleo della costruzione e i successivi corpi l'abbiano quindi completata. Attorno al Quattrocento il castello e i circostanti terreni appartenevano al marchese di Busca, i cui stemmi nobiliari furono infatti scoperti sotto gli intonaci di alcune stanze. Il castello passò poi numerosi proprietari dei quali non restano che poche notizie finché, nell'Ottocento il castello non ospitò per quasi vent'anni un personaggio del Risorgimento: Camillo Benso Conte di Cavour. Lo statista vi giunse nel 1830, ospite degli zii, la famiglia De Tonnerre. Il castello Incaricato di amministrare questi beni di famiglia, dimostrò capacità organizzativa e apertura verso le nuove acquisizioni scientifiche. Conferì una nuova impronta all'agricoltura locale: tracciò canali, adottò nuovi sistemi razionali di coltivazione, fece piantare duecentomila nuove viti e tentò la coltivazione delle barbabietole. Fu nominato sindaco del piccolo comune nel maggio 1832 a ventidue anni e tale carica mantenne fino al febbraio 1849. Dal 2014 è patrimonio mondiale dell'umanità UNESCO. In diverse sale è collocato un museo permanente, comprendente allestimenti sul Tartufo rari oggetti dell’enogastronomia locale, ambientazione della cucina albese del ‘600 e dell’800, distilleria del ‘700, bottega del bottaio, contadinerie da cortile. All'interno del Castello potete trovare l'Enoteca Regionale Piemontese Cavour all'interno della quale potrete degustare e acquistare i vini migliori e più pregiati del Piemonte a prezzi di cantina. (1)

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Il Castello Gancia, attualmente proprietà privata dell’omonima famiglia, ha una storia antica e importante. Edificato a difesa della via commerciale che univa Asti al porto di Savona, l’edificio è stato modificato, ampliato e impreziosito da elementi scultorei nel corso dei secoli. Nel Seicento, durante la guerra di successione del Monferrato, il castello e le fortificazioni vengono in gran parte distrutti dalle truppe spagnole e successivamente ricostruiti. Nel 1676 il marchese Ambrogio Antonio Scarampi Crivelli realizza il primo vero restauro dell’edificio, conferendogli, secondo il gusto dell’epoca, l´aspetto di un elegante palazzo. A partire dal Settecento il castello cambia più volte proprietà, fino al 1929, quando viene acquistato dalla famiglia Gancia che affida il progetto di trasformazione all’architetto Arturo Midana. Midana modifica l´edificio aggiungendo due ali alla struttura quadrata originaria e ripristinando un giardino all´italiana. I saloni sono impreziositi dalle decorazioni del pittore Giovanni Olindo e i numerosi stucchi policromi ai soffitti completano un effetto che, nell’intento dell’architetto e della committenza, vuole conferire al castello l’originario aspetto seicentesco.Le decorazioni del pittore canellese Giovanni Olindo, ed i numerosi stucchi policromi, richiamano la corrente barocca. Esternamente furono aggiunte due ali rendendo più imponente l'edificio. Lesene angolari e mediane rompono la compattezza della costruzione, più semplici sono le fiancate ed i corpi sporgenti. Le finestre del piano rialzato e quelle del primo piano sono sobriamente fregiate. Sopra il portale, al quale si accede per mezzo di due scale laterali, vi è una balconata la cui porta-finestra campeggia con maggior larghezza di motivi ornamentali. Tra le due rampe di scale, un'apertura porta alla piccola cappella. Significativa fu anche la sistemazione delle aree circostanti; la creazione del giardino all'italiana riporta il Castello agli splendori del 600; la portineria ricavata dal terreno scosceso verso la strada ed armoniosamente collegata ad una piccola Cappella preesistente. Al lato opposto, un vecchio fabbricato, fu adattato dal Midana ad uso autorimessa. Il Castello, così restaurato, domina tuttora l'abitato dall'alto del colle ed è punto di riferimento panoramico e simbolo di Canelli. Interessante: ambientanzione; interni; grandioso ed elegante atrio con ritmi spaziali che rammentano lo Juvarra. (1)

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Costruito sul vertice della rocca di Costigliole prima del 1040, di pianta quadrangolare di 60 metri di lato, con un'altezza di 25 metri e con le quattro torri che arrivano a 28 metri, è uno dei castelli più imponenti dell'Astigiano. A est la facciata si espone con due torrette medievali centrali, tra le quali primeggia il ponte levatoio. Sulla facciata, tra le finestre del penultimo piano, svettano due statue marmoree rappresentanti Aurelio e Giorgio Verasis Asinari in vesti di guerrieri. La storia del paese è strettamente legata alle vicende del suo castello. Non è nota l’epoca in cui furono erette le prime fortificazioni: secoli di storia e numerosi rimaneggiamenti hanno portato il maniero ad assumere l’attuale aspetto imponente e maestoso. Il castello, pur presentandosi come un unico grande volume di pianta quadrilatera, manifesta evidenti differenze stilistiche sul piano architettonico, dovute all’assetto proprietario che si definì nel XVII secolo. Dal 1625 gli Asinari si spartirono il titolo di “conti di Costigliole” con un’altra famiglia, i Verasis. Il castello si trovo così diviso tra due feudatari, ognuno dei quali s’impegnò a trasformare e abbellire la propria parte secondo gusti e preferenze autonome. Il Comune di Costigliole ha acquisito nel 1928 la parte settentrionale e il parco annesso, mentre l’ex proprietà Verasis è tuttora privata. All’interno dell’edificio si conservano testimonianze artistiche di pregio, tra le quali vanno ricordati gli splendidi stucchi del piano nobile, realizzati nel 1668 dalla bottega luganese dei Bellotto, oltre al salone neoclassico, sulla cui volta è affrescato il Trionfo di Dioniso e Arianna (1817 ca.), opera del pittore Carlo Pagani. La parte pubblica del castello è diventata ormai il cuore pulsante delle iniziative culturali che animano il paese: mostre, concerti, spettacoli teatrali, manifestazioni dedicate all’enogastronomia locale trovano spazio in un contesto artistico e architettonico unico. Presso il Castello di Costigliole ha sede dal 2017 il Corsorzio del Barbera e dei vini del Monferrato. (1)

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Il castello di Burio è un castello situato nella frazione Burio, a Costigliole d'Asti, in provincia di Asti. È il secondo grande maniero della zona, dopo il castello di Costigliole d'Asti. Secondo la leggenda, il castello prende il nome, così come la località in cui sorge, dall’antico ceppo ligure degli euburiati. Nel patto di fedeltà tra gli abitanti di Costigliole e la città di Asti del 13 luglio 1198, tra i nomi dei personaggi abbienti che giurarono fedeltà compare un tale Guglielmo dei Burri, probabilmente proveniente da Burio; tale personaggio potrebbe essere il più antico esponente della famiglia Borio di Costigliole, Tigliole e Novello. Si sa che il maniero appartenne ai Pallidi fino alla fine del XVI secolo. Non ha mai ricoperto una funzione particolarmente strategica, essendo destinato prettamente ad uso agricolo. In epoca medioevale è stato di proprietà di varie famiglie astigiane che ricoprirono la Signoria di Burio, dai Pelletta ai Roero, dai Malabayla ai Pallio. Nel ’600 fu al centro della guerra fra la Spagna e l’esercito guidato dal duca Carlo Emanuele I di Savoia. Nei secoli successivi passò alla famiglia Asinari, prima che la proprietà venisse frazionata, e infine riacquisita nel XX secolo dal conte Luigi Lanzavecchia. Col passare dei secoli perse progressivamente l’originaria vocazione militare, diventando esclusivamente un centro di amministrazione delle proprietà fondiarie circostanti. Dopo essere caduto in abbandono, è stato restaurato a partire dal 1980 dagli attuali proprietari. Divenuto dimora privata, negli anni ’80 del secolo scorso è diventato sede di iniziative artistiche. Per informazioni sulle attività del Castello di Burio si può consultare la pagina Facebook «Castel Burio Arte Contemporanea». (1)

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Il progetto pilota Casa21, dello studio Pigreco Progetti, viene realizzato in Toscana a Pienza, patrimonio mondiale dell'Unesco. Il progetto pilota Casa21 offre l’opportunità di vivere e toccare con mano tutte le eccellenze di un’abitazione moderna che mira a restituire il comfort globale nella riqualificazione del patrimonio edilizio italiano. Il progetto Casa21 non vuole fermarsi, però, alla sola riqualificazione. Il desiderio è quello di creare un precedente negli interventi ricostruendo in modo fedele, con una tecnologia elevata e non evidente “celata e nascosta, come suggerita dall’Ing. Alessandro Pozzi del comitato scientifico”. (1)

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