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This superb harbor at the entrance to the Gulf of Mexico with easy access to the Gulf Stream, the main ocean current that navigators followed when traveling from the Americas to Europe, led to Havana's early development as the principal port of Spain's New World colonies. This final establishment is commemorated by El Templete. Havana was the sixth town founded by the Spanish on the island, called San Cristóbal de la Habana by Pánfilo de Narváez: the name combines San Cristóbal, patron saint of Havana, and Habana, of obscure origin, possibly derived from Habaguanex, a Native American chief who controlled that area, as mentioned by Diego Velasquez in his report to the king of Spain. Havana is Cuba’s capital city. Spanish colonial architecture in its 16th-century Old Havana core includes the Castillo de la Real Fuerza, a fort and maritime museum. The National Capitol Building is an iconic 1920s landmark. Also in Old Havana is the baroque Catedral de San Cristóbal and Plaza Vieja, whose buildings reflect the city’s vibrant architectural mix. Most people travel to the Caribbean for a beach vacation, but Cuba has a totally different allure. The legends of Fidel and Che, Cuba’s communist order, the American embargo and the country’s isolation have turned Cuba today into a tourist magnet. People mostly come here to experience the Cuban way of life and to witness the history writing of Cuba. And sure, the dazzling beaches are the cherry on top.

 C /  Caribbean

Non ci sorprende che Canale di Panama sia chiamato l’8° meraviglia del mondo: il progetto è stato una delle più grandi ed incredibili imprese ingegneristiche della storia. Le navi non devono più circumnavigare il continente, ma possono attraversare il canale lungo 77 km, risparmiando tempo e denaro. I francesi furono i primi a tentare di costruire un canale nel 1880, senza riuscirvi. Durante i lavori infatti, oltre 20.000 lavoratori morirono di febbre gialla e malaria, e il progetto fu abbandonato. Tra il 1904 e il 1914, il Canale di Panama fu completato dagli americani, che si assicurarono che la nuova via d’acqua rimanesse sotto il loro controllo. Panama dovette attendere sino a mezzogiorno (ora locale di Panama) del 31 dicembre 1999 per diventare ufficialmente proprietaria del canale. Per viaggiare dall’Oceano Atlantico al Pacifico, le navi devono superare un dislivello di 26 metri. Le navi attraversano 3 chiuse: Miraflores, Pedro Miguel e Gatun. Un sistema ingegnoso abbassa le navi utilizzando la gravità. Il viaggio attraverso il Canale di Panama dura circa 8-10 ore in totale, e viene effettuato da oltre 14.000 navi all’anno. Il pedaggio è elevato, ma è comunque più conveniente della circumnavigazione del Sud America. Le chiuse di Miraflores offrono le migliori vedute del canale, delle gigantesche cisterne d’acqua e delle navi da crociera. Le chiuse distano circa 30 minuti in auto da Panama City. Vi si trova anche un centro visitatori con piattaforma panoramica, un ristorante con terrazza e un negozio di souvenir. Potrà ammirare anche diverse esposizioni, modellini in scala, presentazioni video e moduli interattivi che spiegano il funzionamento del canale e delle chiuse. Il modo migliore per scoprire il canale, è attendere una nave e osservarla in azione: un vero spettacolo. Il Canale di Panama non solo è uno dei migliori progetti ingegneristici per le sue dimensioni, ma anche lo è anche per le sue numerose soluzioni innovative. Il canale è formato da acqua dolce, per tenere lontana l’acqua salata e non permettere che la flora e la fauna dei due oceani si incontrino. Il Lago artificiale Gatun ha la funzione di bacino per fare confluire nel canale l’acqua piovana e quella proveniente dalle foreste pluviali circostanti. Speciali locomotive elettriche, su entrambi i lati della chiusa, garantiscono che le navi entrino in posizione corretta e la mantengano per tutto il viaggio.

 C /  Central America

Dal 2006 c’è un posto a Torino che non è né una biblioteca né una libreria, ma in cui – dal lunedì al sabato e qualche volta anche di domenica – si parla di libri, con chi ne ha scritti e con chi li legge: è il Circolo dei Lettori, fondazione della Regione Piemonte che ha la sua sede in via Bogino 9, poco distante da piazza Carlo Alberto da una parte e via Po dall’altra. Aperto da mattina a sera, organizza presentazioni di libri con scrittori italiani e stranieri, reading, gruppi di lettura, laboratori per bambini e anche viaggi letterari: è un luogo unico in Italia per il numero di attività e per il tipo di spazi che mette a disposizione. Ha anche un bar, che si chiama Barney’s, dal nome di quel Barney. La Fondazione Circolo dei lettori, nata a Torino per volontà della Regione Piemonte, guidata dal presidente Giulio Biino e diretta da Elena Loewenthal, produce e diffonde cultura, tutti i giorni nelle sue tre sedi, di Torino, Novara e Rivoli, e con grandi rassegne annuali sul territorio e in rete con realtà di tutt’Italia. Agisce attraverso l’ideazione e l’organizzazione di incontri, reading, dibattiti, manifestazioni, concerti e rassegne culturali, mettendo al centro il libro per esplorare i linguaggi della contemporaneità e fissare così delle coordinate del mutevole presente. Promuovere la lettura è il primo obiettivo della Fondazione, messo in pratica con incontri quotidiani con scrittori e scrittrici nelle sue sedi, occasioni di dibattere intorno a romanzi e saggi di oggi e di ieri, e ancora nelle scuole, nelle carceri e negli ospedali del territorio, grazie ai progetti di responsabilità sociale. Offre quindi momenti di crescita personale, per tutte le età, colmando i bisogni culturali della comunità, regalando la possibilità di approfondire gli argomenti più vari, dalla filosofia alla storia, dalla musica al cinema. Perché i libri sono un punto di partenza per andare dappertutto, e per parlare di tutto, insieme, alleviando la solitudine e favorendo amicizie. Per questo la Fondazione si rivolge anche alle famiglie e agli insegnanti, con laboratori per i bambini e incontri per le classi, perché leggere è un’attività centrale nella formazione dei piccoli e dei giovani. Con l’obiettivo di un continuo rinnovamento della cultura, la Fondazione organizza grandi rassegne annuali, momenti di riflessione straordinaria, parentesi utili a prendersi il tempo di pensare e immaginare. Sono Scarabocchi. Il mio primo festival, seminari e laboratori per famiglie e bambini, Torino Spiritualità, dedicato ai grandi interrogativi dell’umanità, il Festival del Classico, per cercare nel passato buone pratiche per il presente. Dal 2018, la Fondazione Circolo dei lettori si occupa dei contenuti culturali e della comunicazione del Salone Internazionale del Libro di Torino, cinque giorni di sconfinati dialoghi intorno ai libri e alla lettura. (1)

 C /  Greater Europe

Il castello di Monale è un’imponente costruzione d’impianto medioevale più volte modificata nei secoli. Citato a partire dal XII secolo viene distrutto nel 1305 ed in seguito riedificato. Quando nel XVI secolo il feudo viene frazionato in ventesimi, gli Scarampi ne conservano la quota maggiore e rimangono proprietari del Castello. Da allora, 6 secoli fa, il Castello appartiene alla famiglia Gani. Dal lontano 1161 il castello, insieme con il feudo di Monale, passò nelle mani di vari proprietari, seguendo le alterne vicende della storia. Fu dei Montenatali, del Vescovo di Asti, del Comune di Asti (a cui lo assegnò il Barbarossa), passò ai Gardini, fu teatro delle lotte fra ghibellini e guelfi e subì la distruzione ad opera di questi ultimi. Il feudo fu restituito ai Gardini nel 1309 e il castello fu riedificato dagli Asinari, che ne erano entarti in possesso. Una parte del feudo apparteneva anche agli Scarampi, ricchi banchieri astigiani, ed essi, quando nel XVI° secolo il feudo venne frazionato in ventesimi, ne conservarono a lungo la quota maggiore. Nel 1796, soppressi i feudi, gli Scarampi rimasero proprietari del castello; l'ultima Scarampi sposò un Malabaila di Canale e la loro figlia, erede del castello, lo portò in dote al conte Carlo Gani di Genova; ancor oggi il castello appartiene alla famiglia Gani. Le ultime rappresentanti della famiglia Scarampi di Monale furono due sorelle, Paola ed Adele. Adele sposò il Conte Carlo Gani, diplomatico,filantropo console di Spagna a Torino. Il castello in mattoni, massiccio, su pianta ad "U", è circondato da un giardino cintato, in parte pianeggiante, ricavato nel XVII secolo spianando un versante della collina sulla quale è stato costruito. La merlatura bifida, che orlava cortili e torri, è stata otturata da un sopralzo, ma è ancora ben visibile su tutto il lato sud ed in altre zone. Ben conservato è il doppio fregio a denti di sega, che corre sotto la merlatura lungo le facciate sud ed est e che costituisce motivo peculiare di questa ed altre costruzioni della zona. All'interno sono ben conservate le cantine, i sotterranei e le pitture di alcuni soffitti di epoca relativamente tarda (a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo). (1)

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Il Castello di Govone fu una delle residenze della casa reale dei Savoia dal 1792 al 1870, dal 1997 è uno degli edifici parte del sito residenze sabaude iscritto alla lista del patrimonio dell'umanità UNESCO, è ora adibito a palazzo comunale. Nella posizione in cui sorge il castello, in cima alla collina, già in epoca medioevale si ergeva una fortezza. Dalla fine dell'Ottocento il castello - che ha avuto una particolare notorietà per il soggiorno, avvenuto nel 1730, di Jean-Jacques Rousseau, al tempo appena entrato al servizio del conte Ottavio Solaro - è di proprietà del comune di Govone. Come molte altre dimore storiche sabaude del Piemonte, è meta di visitatori richiamati specialmente dal monumentale e scenografico scalone d'onore a due rampe ricco di rilievi e telamoni che provengono dai giardini di Venaria Reale. Alcune sale sono decorate da preziose carte cinesi; il salone da ballo è affrescato con scene riproducenti l'episodio mitologico di Niobe - ad opera di Luigi Vacca e Fabrizio Sevesi. Degli stessi pittori sono gli affreschi del grande salone centrale che, con la tecnica trompe-l'œil, simulano la presenza di statue. Dal 2007 fa parte del circuito degli 8 castelli, meglio noto come Castelli Doc. La rete dei castelli include i manieri di Grinzane Cavour, Barolo, Serralunga d'Alba, Govone, Magliano Alfieri, Roddi, Mango e Benevello. È inoltre inserito nel circuito dei "Castelli Aperti" del Basso Piemonte. (1)

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Il Castello feudale di Montegrosso d' Asti costruito nel 1134 per volonta' del Marchese Bonifacio del Vasto, signore della citta' di Asti, domina un ampio territorio collinare a profonda vocazione viticola. E' nella quiete delle sue spaziose e secolari cantine che trovano degna dimora i nobili vini doc e docg di queste terre. I vini ottenuti dopo una tradizionale e razionale vinificazione vengono opportunatamente selezionati, invecchiati in fusti di rovere; successivamente, raggiunto il giusto grado di maturazione, imbottigliati e posti in apposite celle di affinamento. L'amore per il vino si tramanda di padre in figlio da molte generazioni; esistono infatti documenti che comprovano l'attività vitivinicola della famiglia Motta fin dal lontano 1794. Siamo quindi orgogliosi di offrire la nostra esperienza e tradizioni presentando oggi, come nel passato, il meglio della produzione enoica piemontese. (1)

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Il castello era una rocca del XIV secolo, la precedente fortificazione fu rasa al suolo nel 1308, dopo un lungo e difficile assedio, non sono note né l’origine né la forma. Secondo quanto riportato da alcuni storici relativamente alle forme architettoniche relative al precedente castello si può rilevare soltanto un vago accenno alla presenza di un dongione. Al fine di comprendere le vicende che portarono alla distruzione del primitivo castello è doveroso ricordare le sanguinose lotte intestine che turbarono il comune di Asti nel Trecento. Queste ultime si collegavano agli scontri fra Guelfi e Ghibellini. Nel 1308 i Guelfi assediarono il castello di Moasca baluardo Ghibellino. L’assedio fu, senza dubbio, di non poco conto; secondo quanto riportato dagli storici i Guelfi radunarono un esercito di 300 militi chieresi. In aiuto ai Ghibellini giunse il Marchese Del Carretto con 500 fanti e 100 balestrieri. Visto tale esercito i Guelfi temettero di non farcela e chiesero nuovamente aiuto ai chieresi i quali giunsero sul posto con un esercito di 1500 uomini armati. Gli assediati nel castello di Moasca resistettero per ben 22 giorni ma quando si resero conto di non poter contare più sull’aiuto di nessuno vennero a patti ed abbandonarono la fortezza; conquistato finalmente il maniero i Guelfi Solaro lo distrussero. La ricostruzione del nuovo castello, sulle rovine del precedente, avvenne solo nel 1351. Sotto la proprietà dei Secco Suardo l’interno della costruzione medioevale era stato sicuramente abbellito e reso più confortevole. Di particolare interesse era, senza dubbio, la cantina: essa occupava tutta la zona interrata del castello; da quest’ultima si accedeva ancora ai sotterranei cunicoli definiti dallo storico astigiano “assai profondi” adibiti a prigioni. Ancora nella prima metà del nostro secolo, il castello era in condizioni discrete e di fatto abitabile, come testimonia lo svolgimento nel suo salone (70 mq.) di una rappresentazione teatrale avvenuta nel 1926. La rovina completa va datata a questo dopoguerra, quando il completo abbandono ha prodotto un tanto rapido quanto irreversibile degrado della struttura. Attualmente è rimasto in piedi solo un ultimo frammento delle poderose mura di mattoni della facciata orientale, alla cui estremità i due torrioni cilindrici, liberati svettano maestosi sul terrapieno conservando il ricordo della loro suggestiva imponenza. L’amministrazione comunale dal 1999 ha avviato un programma di recupero e valorizzazione della struttura ancora esistente effettuando, dopo aver attuato gli urgenti interventi di restauro conservativo, il recupero della vasta cantina interrata. Attualmente nella cantina trova posto la Bottega del Vino di Moasca “Nerodistelle” ed il Restaurant & Cafè, Garden Winery “Tra la Terra ed il Cielo”. (1)

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A testimonianza del passato storico di Calamandrana svetta il grande castello posto a dominio dell'antico borgo e della vallata, unico rimasto dei sei esistenti sulle colline circostanti. Nel 1682 il calamandranese Francesco Maria Cordara, divenuto conte, fece iniziare la costruzione del Castello, che è rimasto intatto fino ai giorni nostri. Nel 1943 molti soldati fuggiti dalle caserme si rifugiarono a Calamandrana, durante lo scioglimento dell'esercito italiano. Il parroco don Emilio Carozzi e la popolazione li aiutarono. Nello stesso anno a Calamandrana alta si creò una formazione partigiana. Verso la fine del 1944 avvennero numerosi scontri, durante i quali le persone venivano minacciate e le case saccheggiate. Verso la fine del 1945 i partigiani tornarono in forza. Si poteva così controllare Canelli e la strada per Nizza. In questa situazione venne incendiato anche il Municipio. Oggi l’edificio presenta un’impostazione planimetrica piuttosto irregolare ed è in parte intonacato e in parte in mattoni e pietre a vista. Sono conservate le strutture sotterranee: cantine, camminamenti e la cisterna dell’antica fortezza. Del 1983 è la ristrutturazione del soffitto del salone ottocentesco. Il castello di Calamandrana è circondato da un grande parco ed è raggiungibile attraverso una ripida e tortuosa strada; oltrepassato il cancello, la salita continua per un viale che conduce al caratteristico ponte levatoio. Attualmente il castello, dominato dall'imponente torre ottagonale, è di proprietà privata, ed è adibito ad abitazione. (1)

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Il castello di Monastero Bormida è situato nella parte bassa del paese. La torre, alta 27 metri, risale probabilmente al secolo al XI . Se l’impianto a forma quadrangolare denuncia una matrice medievale, la facciata principale di gusto barocco rivela una rielaborazione seicentesca. All’interno, soprattutto nelle stanze del piano nobile, si conservano pregevoli pavimenti a mosaico e delicati affreschi. Attraverso il caratteristico vicolo detto del Droc - dove un tempo c'era una delle porte urbiche e dove tuttora si vede l'accesso a un antico forno si raggiunge in un attimo il romanico ponte sul Bormida, che rappresenta una delle più interessanti opere di ingegneria civile medioevale della valle e trova il suo corrispettivo, in quella di Spigno, nell'analogo ponte dell'abbazia di San Quintino. Entrambi furono costruiti dai monaci benedettini: Si tratta dI poderose strutture a schiena d'asino, sormontate da cappelle che erano antichi posti di guardia grazie ai quali i religiosi si assicuravano il completo controllo commerciale della terra estesa fra la Langa e il mare. Oggi il castello ha una facciata seicentesca e mantiene sul retro la loggia cinquecentesca che è anche visitabile. La famiglia Carretto a metà del XIX secolo cedette la proprietà alla famiglia Della Rovere a cui seguì la famiglia Polleri di Genova che la vendette al comune, attuale proprietario. Antistante al castello la caratteristica alzata a ponte e per accedere all'interno è necessario attraversare la vecchia porta di ingresso nell'antica cinta muraria. A Monastero Bormida nacque lo scrittore Augusto Monti che spesso, nelle sue opere, ricorda la sua terra d’origine. (1)

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Estremamente scarse sono le notizie storiche sulle sue origini e vi sono non pochi dubbi sulla sua data di costruzione: c'è chi lo colloca nel XIII secolo e chi sostiene invece che la costruzione della torre risalga al 1350 e il resto ad epoca successiva. È effettivamente probabile che la grossa torre costituisse il primitivo nucleo della costruzione e i successivi corpi l'abbiano quindi completata. Attorno al Quattrocento il castello e i circostanti terreni appartenevano al marchese di Busca, i cui stemmi nobiliari furono infatti scoperti sotto gli intonaci di alcune stanze. Il castello passò poi numerosi proprietari dei quali non restano che poche notizie finché, nell'Ottocento il castello non ospitò per quasi vent'anni un personaggio del Risorgimento: Camillo Benso Conte di Cavour. Lo statista vi giunse nel 1830, ospite degli zii, la famiglia De Tonnerre. Il castello Incaricato di amministrare questi beni di famiglia, dimostrò capacità organizzativa e apertura verso le nuove acquisizioni scientifiche. Conferì una nuova impronta all'agricoltura locale: tracciò canali, adottò nuovi sistemi razionali di coltivazione, fece piantare duecentomila nuove viti e tentò la coltivazione delle barbabietole. Fu nominato sindaco del piccolo comune nel maggio 1832 a ventidue anni e tale carica mantenne fino al febbraio 1849. Dal 2014 è patrimonio mondiale dell'umanità UNESCO. In diverse sale è collocato un museo permanente, comprendente allestimenti sul Tartufo rari oggetti dell’enogastronomia locale, ambientazione della cucina albese del ‘600 e dell’800, distilleria del ‘700, bottega del bottaio, contadinerie da cortile. All'interno del Castello potete trovare l'Enoteca Regionale Piemontese Cavour all'interno della quale potrete degustare e acquistare i vini migliori e più pregiati del Piemonte a prezzi di cantina. (1)

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Il Castello Gancia, attualmente proprietà privata dell’omonima famiglia, ha una storia antica e importante. Edificato a difesa della via commerciale che univa Asti al porto di Savona, l’edificio è stato modificato, ampliato e impreziosito da elementi scultorei nel corso dei secoli. Nel Seicento, durante la guerra di successione del Monferrato, il castello e le fortificazioni vengono in gran parte distrutti dalle truppe spagnole e successivamente ricostruiti. Nel 1676 il marchese Ambrogio Antonio Scarampi Crivelli realizza il primo vero restauro dell’edificio, conferendogli, secondo il gusto dell’epoca, l´aspetto di un elegante palazzo. A partire dal Settecento il castello cambia più volte proprietà, fino al 1929, quando viene acquistato dalla famiglia Gancia che affida il progetto di trasformazione all’architetto Arturo Midana. Midana modifica l´edificio aggiungendo due ali alla struttura quadrata originaria e ripristinando un giardino all´italiana. I saloni sono impreziositi dalle decorazioni del pittore Giovanni Olindo e i numerosi stucchi policromi ai soffitti completano un effetto che, nell’intento dell’architetto e della committenza, vuole conferire al castello l’originario aspetto seicentesco.Le decorazioni del pittore canellese Giovanni Olindo, ed i numerosi stucchi policromi, richiamano la corrente barocca. Esternamente furono aggiunte due ali rendendo più imponente l'edificio. Lesene angolari e mediane rompono la compattezza della costruzione, più semplici sono le fiancate ed i corpi sporgenti. Le finestre del piano rialzato e quelle del primo piano sono sobriamente fregiate. Sopra il portale, al quale si accede per mezzo di due scale laterali, vi è una balconata la cui porta-finestra campeggia con maggior larghezza di motivi ornamentali. Tra le due rampe di scale, un'apertura porta alla piccola cappella. Significativa fu anche la sistemazione delle aree circostanti; la creazione del giardino all'italiana riporta il Castello agli splendori del 600; la portineria ricavata dal terreno scosceso verso la strada ed armoniosamente collegata ad una piccola Cappella preesistente. Al lato opposto, un vecchio fabbricato, fu adattato dal Midana ad uso autorimessa. Il Castello, così restaurato, domina tuttora l'abitato dall'alto del colle ed è punto di riferimento panoramico e simbolo di Canelli. Interessante: ambientanzione; interni; grandioso ed elegante atrio con ritmi spaziali che rammentano lo Juvarra. (1)

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Costruito sul vertice della rocca di Costigliole prima del 1040, di pianta quadrangolare di 60 metri di lato, con un'altezza di 25 metri e con le quattro torri che arrivano a 28 metri, è uno dei castelli più imponenti dell'Astigiano. A est la facciata si espone con due torrette medievali centrali, tra le quali primeggia il ponte levatoio. Sulla facciata, tra le finestre del penultimo piano, svettano due statue marmoree rappresentanti Aurelio e Giorgio Verasis Asinari in vesti di guerrieri. La storia del paese è strettamente legata alle vicende del suo castello. Non è nota l’epoca in cui furono erette le prime fortificazioni: secoli di storia e numerosi rimaneggiamenti hanno portato il maniero ad assumere l’attuale aspetto imponente e maestoso. Il castello, pur presentandosi come un unico grande volume di pianta quadrilatera, manifesta evidenti differenze stilistiche sul piano architettonico, dovute all’assetto proprietario che si definì nel XVII secolo. Dal 1625 gli Asinari si spartirono il titolo di “conti di Costigliole” con un’altra famiglia, i Verasis. Il castello si trovo così diviso tra due feudatari, ognuno dei quali s’impegnò a trasformare e abbellire la propria parte secondo gusti e preferenze autonome. Il Comune di Costigliole ha acquisito nel 1928 la parte settentrionale e il parco annesso, mentre l’ex proprietà Verasis è tuttora privata. All’interno dell’edificio si conservano testimonianze artistiche di pregio, tra le quali vanno ricordati gli splendidi stucchi del piano nobile, realizzati nel 1668 dalla bottega luganese dei Bellotto, oltre al salone neoclassico, sulla cui volta è affrescato il Trionfo di Dioniso e Arianna (1817 ca.), opera del pittore Carlo Pagani. La parte pubblica del castello è diventata ormai il cuore pulsante delle iniziative culturali che animano il paese: mostre, concerti, spettacoli teatrali, manifestazioni dedicate all’enogastronomia locale trovano spazio in un contesto artistico e architettonico unico. Presso il Castello di Costigliole ha sede dal 2017 il Corsorzio del Barbera e dei vini del Monferrato. (1)

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Il castello di Burio è un castello situato nella frazione Burio, a Costigliole d'Asti, in provincia di Asti. È il secondo grande maniero della zona, dopo il castello di Costigliole d'Asti. Secondo la leggenda, il castello prende il nome, così come la località in cui sorge, dall’antico ceppo ligure degli euburiati. Nel patto di fedeltà tra gli abitanti di Costigliole e la città di Asti del 13 luglio 1198, tra i nomi dei personaggi abbienti che giurarono fedeltà compare un tale Guglielmo dei Burri, probabilmente proveniente da Burio; tale personaggio potrebbe essere il più antico esponente della famiglia Borio di Costigliole, Tigliole e Novello. Si sa che il maniero appartenne ai Pallidi fino alla fine del XVI secolo. Non ha mai ricoperto una funzione particolarmente strategica, essendo destinato prettamente ad uso agricolo. In epoca medioevale è stato di proprietà di varie famiglie astigiane che ricoprirono la Signoria di Burio, dai Pelletta ai Roero, dai Malabayla ai Pallio. Nel ’600 fu al centro della guerra fra la Spagna e l’esercito guidato dal duca Carlo Emanuele I di Savoia. Nei secoli successivi passò alla famiglia Asinari, prima che la proprietà venisse frazionata, e infine riacquisita nel XX secolo dal conte Luigi Lanzavecchia. Col passare dei secoli perse progressivamente l’originaria vocazione militare, diventando esclusivamente un centro di amministrazione delle proprietà fondiarie circostanti. Dopo essere caduto in abbandono, è stato restaurato a partire dal 1980 dagli attuali proprietari. Divenuto dimora privata, negli anni ’80 del secolo scorso è diventato sede di iniziative artistiche. Per informazioni sulle attività del Castello di Burio si può consultare la pagina Facebook «Castel Burio Arte Contemporanea». (1)

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Il progetto pilota Casa21, dello studio Pigreco Progetti, viene realizzato in Toscana a Pienza, patrimonio mondiale dell'Unesco. Il progetto pilota Casa21 offre l’opportunità di vivere e toccare con mano tutte le eccellenze di un’abitazione moderna che mira a restituire il comfort globale nella riqualificazione del patrimonio edilizio italiano. Il progetto Casa21 non vuole fermarsi, però, alla sola riqualificazione. Il desiderio è quello di creare un precedente negli interventi ricostruendo in modo fedele, con una tecnologia elevata e non evidente “celata e nascosta, come suggerita dall’Ing. Alessandro Pozzi del comitato scientifico”. (1)

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Il Castello di Calosso come lo vediamo oggi, risale ad una ricostruzione1387. Di proprietà privata, è visitabile e gode di meravigliosi saloni e di una vista splendida sulle colline del Monferrato e sulle Alpi. Il Castello ha bisogno di interventi di restauro continui, soprattutto la chiesetta che si ritrova con alberi che crescono dalle sue mura. Quando mi è comparso inaspettatamente mentre camminavo nel parco guardando la meravigliosa vista, mi ha colpito moltissimo per le mura e la sua maestosità. In particolare quando il mio occhio ha visto la piccola chiesetta dentro le mura che compare su di un lato mi si è stretto il cuore: tra le pietre sono cresciuti arbusti che ne stanno prendendo possesso. Al castello di Calosso è legata la bellissima storia di Sant’ Alessandro Sauli, vescovo di Pavia (Diocesi da cui dipendeva allora Calosso) che nel 1592, durante una sua visita pastorale, venne sorpreso da grave malattia e fu dapprima ospitato dal parroco di Colosso e in secondo momento dal proprietario del Castello, Ercole Roero di Cortanze. Era l’11 ottobre 1592 quando Alessandro Sauli spirava e fu tale l’impressione suscitata dalla sua morte che nel 1683 la Camera del Castello in cui si spense venne convertita, in primo tempo, in pubblico oratorio e successivamente in cappella ed è tradizione ormai da diversi anni che i proprietari ogni 11 ottobre facciano celebrare in suo ricordo la Santa Messa. Questo è' un tipico caso per noi Heritage Ambassadors di Artacadia.org, di quello che possiamo fare per un edificio storico pieno di fascino e storia che ha bisogno di essere amato, curato, valorizzato, riportato alla sua natura originaria e al suo antico splendore e tutto questo necessita di essere...finanziato. Attraverso la condivisione, lo sharing, possiamo attirare tanti altri Heritage Ambassadors e creare attenzione su questa chiesetta. Tanti sono in Italia gli edifici abbandonati a se stessi, lo sappiamo. Poche le disponibilità, lo sappiamo. Vogliamo intervenire, mettere in contatto gli edifici con gli artigiani e creare movimento per dare anima e bellezza al nostro Patrimonio Culturale, e a quello di tutto il Mondo. (1)

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La CARPENTIERI PROFUMI è un'azienda artigiana calabrese nata nel 1967 che crea con passione e professionalità profumi tipici che rievocano sensazioni ed emozioni del territorio. Le meravigliose fragranze che la nostra terra produce (Bergamotto, Gelsomino, Ginestra, Zagara, ecc...) sono la base dei nostri prodotti, cosicchè i nostri profumi sprigionano tutta la loro personalità mediterranea; come le fragranze ottenute dal BERGAMOTTO, famoso agrume base di tutti i profumi. Ogni nostro prodotto è il risultato di passione, ricerca e tecniche di lavorazione sempre più affinate nel corso degli anni, abbinando alla tradizione l'uso di materie prime di qualità superiore. Da annoverare ai risultati ottenuti nell’ambito delle nuove creazioni vi sono il MEDITERRANEO, fragranza agrumata dai toni vivaci e dalle note fresche e solari e la VIOLETTA, fragranza fiorita e fruttata, creata per le donne per le note delicate che emana. La sede dell’azienda è ubicata a San Giorgio Morgeto, paese dove ancora sopravvivono le antiche tradizioni artigianali, piccolo centro medioevale (della cui epoca custodisce un antico castello e monumenti storici) che si trova nel cuore del Parco Nazionale dell'Aspromonte e che dall’altura della sua collina domina la piana di Gioia Tauro ricca di uliveti e agrumeti. In questi luoghi, tutte le culture del Mediterraneo si incontrano in diverse fantastiche fragranze che la nostra azienda con molta maestria e impegno riesce ad afferrare e a rinchiudere nei suoi prodotti.

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Cristina Gabetti was born in New York and grew up in Turin. In 1984, she graduated from Yale University and a few years later became a journalist. Today he lives in Milan and writes about society and customs. TG Mediaset was sent and curator of "Abitare TV". He has published the manual "Tentative di eco", published for Rizzoli and collaborates with "Striscia la notizia". At twenty, she was a rock journalist, at thirty she became a mother, and naturally more aware of how the biggest legacy we have for future generations, the Earth, is in grave danger. That’s when she dove into the gap between what we know and how we live, and developed a strong sense of urgency to incorporate practical and regenerating solutions into our daily lives. "I discovered that we could live better by consuming less, without sacrifice or extremisms and it’s been a creative adventure."

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Maria Carolina Zambelli è un architetto esperta in bioarchitettura, bioedilizia, energie rinnovabili. Vive e lavora a Venezia in uno dei più bei palazzi storici della città. È attiva nel restauro e ristrutturazione di castelli ed edifici storici, collabora attivamente con la Soprintendenza, conosce e riconosce i materiali antichi e le loro lavorazioni. Si prende cura dei suoi committenti con conoscenza, passione e cuore.

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In 2005, Paolo and Giovanna Bassetti decided carefully to restore a few houses in Copşa Mare. These are part of a sustainable project that will, through conservation and tourism development, help protect this part of Europe. The collaboration and enthusiasm of the local people has been fundamental in understanding and valuing their cultural heritage. Giovanna and Paolo Bassetti destroyed two Land Rovers in their year-long search for just the right property. But after visiting around 30 villages, in 2005 they finally found what they were looking for in this peaceful hamlet, which is dominated by a 14th-century fortified church and stands at the edge of a vast forest on the Tarnava Plateau.Copsa Mare Guesthouses today offer a perfect heaven for relaxation and discovery in the heart of Transylvania. All houses have been restored according to the traditional architecture, decorated with local furniture and provided with the comfort of modern lifestyle. Copsa Mare is an unique unspoilt Saxon village situated near Biertan, UNESCO Heritage Site.

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Sant’Erasmo è un’isola della laguna di Venezia, a mezz’ora di vaporetto dalle Fondamenta Nuove. È grande come la metà della città, è attraversata da canali, e dal Cinquecento è un unico grandissimo orto. Sui terreni argillosi, ben drenati e con una salinità molto alta, crescono verdure saporite, specialmente i carciofi, tanto che la varietà coltivata sulla laguna ha preso il nome proprio da questa isola. Tenero, carnoso, spinoso e di forma allungata, il carciofo di Sant’Erasmo ha le brattee color violetto cupo. Un tempo negli orti della laguna lo concimavano con le scoasse (la spazzatura, in veneziano) oppure con conchiglie e gusci dei granchi, che servivano per correggere l’acidità dei terreni. Il Carciofo Violetto di Sant'Erasmo è un prodotto agricolo incluso tra i presidii di Slow Food e tra i prodotti agroalimentari tradizionali italiani, come richiesto dalla Regione Veneto. Gli articiochi, così si chiamano i carciofi a Venezia, sono stati introdotti nella cucina veneziana dalla comunità ebraica. Sono consumati prevalentemente crudi e le castraure sono una vera delizia disponibile solo per pochi giorni: 10, 15, non di più. Le ricette a base di carciofo sono tantissime: fritti in pastella, crudi con un filo di olio d’oliva, oppure col garbo, cioè cotti col soffritto di aglio o cipolla a fuoco molto lento e a tegame coperto, con l’aggiunta finale di aceto o limone. E ancora alla grega, tagliati a spicchi, rosolati e serviti freddi con limone, oppure maritati con le schie (i gamberetti di laguna), gli aliciotti e le sardine. Nelle osterie sono tra i cicheti di ordinanza, lessi e conditi con aglio, prezzemolo, pepe e olio.

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